Il futuro dei chatbot potrebbe essere più commerciale di quanto immaginiamo. Un recente episodio ha mostrato come Gemini, l’assistente AI di Google, abbia inserito una pubblicità di sciarpe di lusso all’interno di una risposta su robot militari, senza segnalarla come contenuto sponsorizzato. Un ricercatore italiano, impegnato in un test sull’uso dell’IA in guerra, ha ricevuto una descrizione dettagliata di un robot che indossava una sciarpa rossa, seguita da un link diretto a un sito di e-commerce.
L’inserzione appariva perfettamente integrata nella conversazione, senza alcuna etichetta pubblicitaria. Questo tipo di contenuti solleva interrogativi su come le aziende stiano sperimentando nuove forme di monetizzazione, sfruttando le chat come spazi promozionali. L’ipotesi più probabile è che si tratti di un test A/B, ovvero un esperimento controllato per valutare l’efficacia delle pubblicità integrate, condotto senza avvisare gli utenti.
Pressioni economiche e modelli insostenibili
L’interesse crescente verso la pubblicità in chat nasce da un problema concreto: la sostenibilità economica dei servizi di intelligenza artificiale generativa. OpenAI, la società dietro a ChatGPT, ha registrato quasi 12 miliardi di dollari di perdite nel terzo trimestre del 2025, nonostante gli abbonamenti e le partnership con le aziende. Solo una piccola parte degli 800 milioni di utenti settimanali di ChatGPT sottoscrive l’abbonamento Plus (circa il 5%), rendendo il modello freemium incapace di coprire i costi operativi.
Anche Google, pur con risorse maggiori, affronta una contrazione dei ricavi pubblicitari sul motore di ricerca tradizionale, erosi proprio dai chatbot conversazionali. Di fronte a questa sfida, i colossi tech cercano nuove strade per monetizzare: tra queste, l’introduzione di annunci personalizzati direttamente nelle conversazioni con gli assistenti virtuali.
L’avanzata della pubblicità nelle IA
Negli ultimi mesi, i dirigenti delle big tech hanno iniziato a parlare apertamente di questa trasformazione. Sam Altman, CEO di OpenAI, ha ammesso che la pubblicità, un tempo definita come “ultima risorsa”, verrà presto testata su ChatGPT, con un modello di suggerimenti contestuali legati a prodotti o servizi, pensati per integrarsi nel flusso di risposta dell’assistente. L’obiettivo è raggiungere 1 miliardo di dollari di ricavi pubblicitari entro il 2026, provenienti dagli utenti non paganti.
Anche Google, per voce del CEO Sundar Pichai, ha annunciato che sta esplorando “formati pubblicitari innovativi” per esperienze basate su IA. L’integrazione della pubblicità sarà inizialmente prevista nella “modalità IA” del motore di ricerca, ma potrebbe presto estendersi anche a Gemini e ad altri strumenti conversazionali.
I rischi della commercializzazione delle chat
La trasformazione delle chat in spazi promozionali apre scenari controversi. L’inserimento di annunci nelle risposte delle IA rischia di minare la fiducia degli utenti, compromettendo la percezione di imparzialità dell’assistente. La raccolta dei dati di conversazione per fini pubblicitari potrebbe inoltre sollevare preoccupazioni sulla privacy, già ampiamente dibattute in ambito social media.
L’evoluzione ricorda quella del News Feed di Facebook, che da spazio per contenuti personali si è trasformato in un flusso sponsorizzato. Anche in quel caso, l’inserimento di pubblicità ha portato a forti critiche da parte degli utenti, che si sono sentiti invasi. Replicare questo modello nei chatbot IA potrebbe generare una simile reazione di rigetto.
Un equilibrio difficile da raggiungere
La sfida per OpenAI, Google e le altre piattaforme sarà trovare un equilibrio tra sostenibilità economica e fiducia degli utenti. Integrare pubblicità senza snaturare l’utilità e la neutralità degli assistenti è un’impresa complessa. Per affrontarla, OpenAI ha affidato lo sviluppo delle sue applicazioni a Fidji Simo, già responsabile dell’introduzione degli ads su Facebook.
Il rischio è che, per rendere redditizio il servizio, si perda l’autenticità dell’interazione. Un assistente che ascolta per vendere, invece che per aiutare, potrebbe diventare meno credibile. Il confine tra supporto e marketing si fa sottile, e molti utenti potrebbero non accorgersi subito del cambiamento.





