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Intelligenza artificiale e medicina: perché i medici non devono temerla

Remuzzi: l’Ia riduce gli errori, ma l’umanità nella cura resta insostituibile
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L’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento decisivo per il futuro della medicina, ma non deve essere percepita come una minaccia dai professionisti sanitari. Al contrario, va compresa, accettata e utilizzata per migliorare la qualità delle cure. A sostenerlo è Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, che ha spiegato a Tgcom24 come l’Ia possa diventare un’alleata fondamentale per medici e infermieri, senza mai sostituirne il ruolo umano.

Secondo Remuzzi, i dati scientifici oggi disponibili mostrano una realtà chiara: in molti ambiti l’intelligenza artificiale commette meno errori diagnostici dei medici. Questo non significa che il professionista sia incompetente, ma che il cervello umano non è progettato per gestire contemporaneamente l’enorme quantità di informazioni richieste dalla medicina moderna, sempre più complessa e iperspecializzata.

L’Ia come supporto indispensabile alla diagnosi

L’intelligenza artificiale va vista come un valore aggiunto, capace di potenziare le competenze del medico. Un esempio emblematico è quello delle malattie rare: ne esistono quasi 7mila, un numero impossibile da padroneggiare per un singolo professionista. In questi casi, l’Ia diventa uno strumento indispensabile per orientare il medico, suggerendo diagnosi e percorsi terapeutici basati su enormi quantità di dati clinici.

Prendere atto di questo cambiamento, secondo Remuzzi, è fondamentale. Ignorare l’Ia significherebbe rinunciare a un supporto che può migliorare l’assistenza ai pazienti, rendendola più rapida, precisa ed efficace.

Benefici anche economici e sociali

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale in medicina non porta vantaggi solo clinici, ma anche economici e sociali. Spesso i pazienti affetti da malattie rare affrontano lunghi percorsi diagnostici, con visite da numerosi specialisti, costi elevati e tempi molto lunghi. L’Ia può ridurre drasticamente questi passaggi, accorciando il tempo necessario per arrivare a una diagnosi corretta.

Questo aspetto diventa ancora più rilevante se si considera il tema della povertà sanitaria. In molte aree, anche in Italia, raggiungere un medico comporta spostamenti lunghi e costosi. In questi contesti, l’intelligenza artificiale può fornire un primo orientamento diagnostico immediato, permettendo al paziente e al medico di concentrare le risorse sulle cure più adeguate.

Un cambiamento che parte dall’università

Non tutti i medici sono pronti ad affrontare questa trasformazione. Per questo, secondo Remuzzi, il sistema universitario deve cambiare radicalmente. Non è più sostenibile chiedere agli studenti di medicina di dedicare anni allo studio di nozioni che, al termine del percorso, risultano già superate.

La formazione deve evolversi, integrando l’intelligenza artificiale nelle competenze di base del medico. La medicina va insegnata in modo diverso, preparando i futuri professionisti a lavorare insieme all’Ia, sfruttandone le potenzialità senza subirla.

L’umanità resta prerogativa del personale sanitario

Nonostante i progressi tecnologici, Remuzzi ribadisce un punto fondamentale: la cura del paziente resta una responsabilità umana. L’intelligenza artificiale non possiede empatia, ascolto e sensibilità. Citando il chirurgo Joseph Lister, Remuzzi ricorda che anche il più povero dei pazienti merita la stessa attenzione riservata a un principe.

Questo è il confine invalicabile tra tecnologia e medicina: l’Ia può supportare diagnosi e terapie, ma non può prendersi cura delle persone. Tocca a medici e infermieri dedicare tempo, attenzione e umanità ai pazienti, valorizzando ciò che nessun algoritmo potrà mai replicare.

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Redazione

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